La Rivoluzione Americana
Il processo di colonizzazione inglese in Nord America si sviluppò tra il 1607, con la fondazione di Jamestown in Virginia, e il 1732, con la nascita della Georgia. Questo insediamento non derivò da un piano centrale della Corona, ma da iniziative di compagnie commerciali e di dissidenti religiosi, come i padri pellegrini in cerca di libertà di culto. La crescita demografica fu vertiginosa: tra il 1625 e il 1775 la popolazione passò da 2.000 a 2,4 milioni di abitanti. La società, priva di un'aristocrazia ereditaria feudale, garantiva una forte mobilità. Per risolvere la costante carenza di manodopera, si utilizzarono inizialmente i servitori a contratto (immigrati europei che lavoravano dai quattro ai sette anni in cambio del viaggio e di future terre), progressivamente sostituiti, in particolare tra il 1680 e il 1750, dalla schiavitù africana.
Il territorio coloniale si divideva in tre macro-regioni distinte per caratteristiche economiche, sociali e culturali.
La Nuova Inghilterra comprendeva New Hampshire, Massachusetts, Rhode Island e Connecticut. Il suo sistema economico si basava su piccole fattorie, pesca, commercio marittimo e una forte industria cantieristica e del legname. La società era demograficamente omogenea e profondamente legata alla fede puritana.
Le Colonie di Mezzo includevano New York, New Jersey, Pennsylvania e Delaware. L'economia era trainata dall'agricoltura cerealicola gestita in fattorie di medie dimensioni. Questo territorio si distingueva per un'elevata tolleranza religiosa e una spiccata diversità etnica, accogliendo olandesi, tedeschi e irlandesi.
Le Colonie del Sud erano composte da Maryland, Virginia, Carolina del Nord, Carolina del Sud e Georgia. L'economia dipendeva dalle grandi piantagioni di tabacco, riso e indaco. Si trattava di una società caratterizzata da una rigida stratificazione sociale, con i grandi proprietari terrieri al vertice e una dipendenza totale dal lavoro degli schiavi africani.
I legami tra Londra e le tredici colonie si articolavano su un rigido controllo economico affiancato da una grande libertà amministrativa.
L'economia era regolata dal mercantilismo, una dottrina che mirava a garantire alla Gran Bretagna il controllo totale del commercio per arricchire lo Stato: le colonie dovevano fornire materie prime a basso costo e comprare solo prodotti inglesi. Per imporre questo monopolio, il Parlamento varò gli Atti di Navigazione: l'Atto del 1651 imponeva l'uso di sole navi inglesi; l'Atto del 1660 vincolava le "merci enumerate" (come zucchero, tabacco e cotone) alla vendita esclusiva verso la madrepatria; l'Atto del 1663 obbligava le navi straniere a pagare dazi in Inghilterra prima di procedere per le colonie. Tuttavia, tollerando il contrabbando tramite una politica di "negligenza benevola", Londra permise alle colonie di arricchirsi e sviluppare una propria flotta.
Pur essendo suddite del Re, le colonie esercitavano un ampio autogoverno. Ogni provincia possedeva un'assemblea legislativa eletta dai proprietari terrieri, che decideva la tassazione locale e pagava i funzionari regi. Questa autonomia convinse i coloni di possedere gli stessi diritti costituzionali garantiti in Inghilterra dalla Magna Charta (il documento del 1215 che limitava i poteri assoluti del Re). I governatori, inviati dalla Corona, dovevano costantemente cercare un compromesso tra le direttive del Parlamento inglese e la volontà di queste assemblee locali.