La Rivoluzione Francese
Alla fine del Settecento, la Francia era la nazione più popolosa d'Europa, ma il suo sistema istituzionale era minato da gravi contraddizioni. Il Paese era governato secondo l'Antico Regime, espressione storiografica che definisce il sistema politico, economico e sociale precedente alla Rivoluzione, caratterizzato da profonde disuguaglianze giuridiche e dalla divisione in ceti rigidi.
La popolazione francese, stimata nel 1789 in circa 28 milioni di abitanti, era rigidamente strutturata in tre ordini, o stati, con una fortissima sproporzione sia a livello demografico che nella distribuzione del potere e della ricchezza.
Il Primo Stato (clero) e il Secondo Stato (nobiltà) costituivano complessivamente appena il 2% della popolazione, ma detenevano il controllo di quasi tutte le terre e delle cariche pubbliche. Entrambi godevano della totale esenzione fiscale. Il clero aveva il diritto di riscuotere la decima (una quota fissa dei raccolti agricoli prelevata ai contadini) e possedeva tribunali ecclesiastici separati. La nobiltà deteneva i diritti di caccia, le massime cariche militari e di corte, ed esercitava gravosi diritti signorili sui contadini.
Il Terzo Stato rappresentava circa il 98% della popolazione. Era un gruppo estremamente eterogeneo che spaziava dall'alta borghesia (come i banchieri) ai liberi professionisti, fino agli artigiani e ai braccianti agricoli. Questo ceto sosteneva l'intero peso economico della nazione, essendo l'unico obbligato a pagare le imposte regie e feudali. Nonostante la borghesia fosse in forte ascesa economica, era del tutto esclusa dal potere politico, mentre i contadini erano ridotti alla miseria dal pesante prelievo fiscale.
Il motore scatenante della crisi fu l'imminente bancarotta dello Stato francese, schiacciato da un disavanzo strutturale in continuo peggioramento.
La Francia aveva accumulato un debito pubblico colossale a causa delle ingenti spese belliche, in particolare per il supporto finanziario e militare fornito ai coloni durante la guerra d'indipendenza americana. A questo deficit (che nel 1787 toccò i 125 milioni di lire) si sommavano i costi per il mantenimento della sfarzosa corte di Versailles, percepiti come uno scandalo intollerabile da una popolazione affamata.
Per evitare il collasso, ministri delle finanze come Charles Alexandre de Calonne proposero riforme strutturali, tra cui l'introduzione di un'imposta fondiaria (una tassa sulla terra proporzionale) destinata a colpire tutti i proprietari, inclusi clero e nobiltà. I ceti privilegiati si opposero strenuamente, sostenendo che l'approvazione di nuove imposte spettasse esclusivamente agli Stati Generali, un'antica assemblea rappresentativa del regno che non veniva convocata dal 1614.
Sotto la pressione della crisi finanziaria, il debole re Luigi XVI richiamò al governo il banchiere svizzero Jacques Necker, molto popolare, il quale suggerì di convocare gli Stati Generali. L'assemblea si aprì ufficialmente a Versailles il 5 maggio 1789.
In vista dell'assemblea, il sovrano invitò i sudditi a redigere i Cahiers de doléances (Quaderni delle lamentele). Si trattava di documenti ufficiali in cui ogni circoscrizione esponeva i propri problemi: i contadini esigevano l'abolizione dei diritti feudali, la borghesia chiedeva l'uguaglianza civile e i professionisti la libertà di stampa. Il malcontento sociale esploso in questi scritti fu aggravato da un pessimo raccolto nel 1788, che provocò una terribile carestia e fece raddoppiare il prezzo del pane a Parigi.
Necker decise di raddoppiare il numero dei rappresentanti del Terzo Stato per equipararli numericamente a quelli dei due ordini privilegiati sommati, ma lasciò irrisolto il problema del metodo di votazione. Si aprì uno scontro istituzionale tra il voto "per ordine" (un solo voto per ogni stato, sistema che avrebbe garantito la vittoria a clero e nobiltà per 2 a 1) e il voto "per testa" (un voto per ogni singolo deputato, che avrebbe favorito il Terzo Stato grazie all'appoggio di nobili liberali e basso clero).