Nel Settecento l'Italia visse una stagione di pace e riforme. Sovrani e intellettuali illuministi modernizzarono Savoia, Lombardia, Toscana e Napoli, riducendo i privilegi feudali ed ecclesiastici, e migliorando l'economia, l'istruzione e la giustizia per garantire il progresso civile.
Nel Settecento, la dinastia sabauda si affermò in modo definitivo tra i protagonisti della politica italiana ed europea. Grazie a un apparato militare efficiente e a un'abile diplomazia, il Ducato di Savoia si trasformò progressivamente in un regno moderno e centralizzato.
Il percorso che portò i Savoia ad acquisire il rango di re fu il risultato di una serie di abili manovre geopolitiche che svincolarono il regno dalla tutela francese, permettendo alla dinastia di trattare alla pari con le altre monarchie europee.
La promozione dei Savoia fu coronata dai risultati ottenuti durante le guerre di successione europee. Un momento fondamentale si verificò con il trattato di Utrecht del 1713, grazie al quale Vittorio Amedeo II ottenne ufficialmente il titolo regale, oltre al possesso territoriale della Sicilia.
A causa delle forti pressioni internazionali, il possesso sabaudo della Sicilia fu di breve durata. Nel 1720, la dinastia fu costretta a cedere l'isola in cambio della Sardegna. Questo evento diede formalmente vita al Regno di Sardegna, sebbene il centro politico e decisionale del potere rimanesse saldamente a Torino.
Vittorio Amedeo II, al potere dal 1675 al 1730, fu un sovrano autoritario ma estremamente lungimirante. Sotto la sua guida, lo Stato subì un profondo processo di ammodernamento.
Il sovrano avviò un radicale processo di accentramento amministrativo per rendere la gestione dello Stato più efficace. Per farlo, ridusse drasticamente il peso delle autonomie locali e creò un governo centrale strutturato sulle Segreterie di Stato, ovvero organi esecutivi istituzionali preposti ai vari settori dell'amministrazione pubblica.
In ambito legislativo, Vittorio Amedeo II promulgò nel 1723 le Costituzioni Regie. Si trattava di un'opera giuridica fondamentale il cui scopo era unificare le leggi dello Stato, superando la frammentazione medievale basata su innumerevoli e confuse consuetudini locali.
Anche il sistema educativo fu riformato con uno scopo pratico e statale. L'Università di Torino venne sottratta al controllo degli ordini religiosi per essere trasformata in un centro di formazione laico, con l'obiettivo specifico di istruire i futuri funzionari della nuova burocrazia statale.
Carlo Emanuele III, successore di Vittorio Amedeo II, regnò dal 1730 al 1773. Il suo regno fu caratterizzato dal consolidamento territoriale e da importanti innovazioni economiche.
Partecipando attivamente alle guerre di successione polacca e austriaca, Carlo Emanuele III riuscì a spostare la frontiera del Regno di Sardegna fino al fiume Ticino. Questo gli permise di inglobare territori agricoli fertili e strategicamente rilevanti, come il Vigevanese e l'Oltrepò Pavese.
Per stimolare l'economia del regno, nel 1746 venne introdotta un'importante novità finanziaria: l'emissione di cartamoneta, uno strumento cartaceo rappresentativo di valore volto a facilitare e velocizzare le transazioni commerciali.
Ad accompagnare le riforme finanziarie ci fu anche un potenziamento logistico del regno. Carlo Emanuele III promosse infatti il miglioramento e lo sviluppo delle infrastrutture portuali e del sistema postale, elementi fisici e comunicativi fondamentali per sostenere la crescita dei commerci.
Parallelamente al consolidamento del Regno di Sardegna sotto i Savoia, il Ducato di Milano passò nel 1714 sotto il dominio degli Asburgo d'Austria. Sotto la guida dell'imperatrice Maria Teresa e di suo figlio Giuseppe II, la Lombardia divenne un vero "laboratorio" per le riforme del dispotismo illuminato, una forma di governo dove il sovrano attua cambiamenti modernizzatori ispirati alla ragione per il bene dei sudditi, ma senza rinunciare al proprio potere assoluto.
L'iniziativa più incisiva di Maria Teresa fu l'introduzione del catasto, uno strumento tecnico fondamentale per colpire i privilegi fiscali della nobiltà e del clero, che fino ad allora godevano di ampie esenzioni. Il progetto mirava a creare un sistema di tassazione più equo e razionale, garantendo allo Stato entrate certe e costanti.
Il Catasto Teresiano, avviato nel 1718 e concluso nel 1760, consistette in un monumentale censimento di tutte le proprietà immobiliari del Ducato. Il territorio venne mappato con estrema precisione utilizzando come unità di misura standard la pertica milanese. Questa rilevazione scientifica permise di conoscere esattamente l'estensione e la qualità di ogni fondo agricolo.
Grazie ai dati raccolti, il governo impose una tassazione basata sul valore reale e sulla produttività della terra, superando l'arbitrarietà dei vecchi sistemi. Questo sistema eliminò i privilegi medievali dei ceti dominanti, stabilendo che ogni proprietario contribuisse in proporzione alla ricchezza effettivamente posseduta.
Il catasto ebbe un impatto economico rivoluzionario: poiché l'imposta era fissa e basata sul valore stimato, i proprietari non venivano tassati sui profitti extra derivanti da eventuali migliorie. Questo stimolò i possidenti a investire capitali per aumentare la resa dei terreni, favorendo il rapido progresso dell'agricoltura lombarda.
Giuseppe II, succeduto alla madre, applicò i principi illuministi con un radicalismo ancora maggiore. La sua azione fu guidata dal giuseppinismo, una politica ecclesiastica volta a sottoporre la Chiesa cattolica al totale controllo dello Stato, riducendone l'autonomia e l'influenza politica.
In linea con la sua visione utilitaristica della società, Giuseppe II soppresse centinaia di conventi e monasteri appartenenti agli ordini contemplativi, ovvero quegli ordini religiosi dediti esclusivamente alla preghiera e privi di attività sociali dirette. I loro beni vennero confiscati dallo Stato e utilizzati per finanziare l'assistenza pubblica e le parrocchie.
Sempre nell'ambito del giuseppinismo, il sovrano introdusse la libertà di culto. Questo provvedimento riconosceva diritti civili e religiosi anche alle minoranze non cattoliche, ponendo fine a secoli di discriminazioni e uniformando la condizione dei sudditi di fronte allo Stato.
Lo Stato assunse il controllo della formazione dei sacerdoti, sottraendola alle autorità ecclesiastiche. Il clero divenne quasi una categoria di funzionari pubblici, educati in università statali come quella di Pavia, affinché fossero fedeli servitori della monarchia oltre che guide spirituali.
Il riformismo asburgico trasformò radicalmente i servizi pubblici, puntando alla creazione di una società più istruita e regolata da leggi certe, gestita da funzionari competenti inviati direttamente da Vienna.
Nel 1774 fu introdotta una riforma epocale: l'istruzione elementare divenne obbligatoria e posta sotto la sorveglianza dello Stato. L'obiettivo era alfabetizzare la popolazione per favorire il progresso civile ed economico, sottraendo l'educazione al monopolio tradizionale della Chiesa.
In campo giudiziario, Giuseppe II abolì le antiche magistrature medievali, spesso gestite da nobili locali. Al loro posto istituì un sistema di tribunali moderni gerarchizzati in tre gradi di giudizio, garantendo un processo più trasparente e uniforme.
Queste riforme portarono alla definitiva affermazione dell'uguaglianza giuridica. Ogni cittadino, indipendentemente dal ceto sociale di appartenenza, era ora soggetto alle stesse leggi e poteva contare sulla certezza del diritto, eliminando l'arbitrio tipico dei secoli precedenti.
Il Granducato di Toscana, sotto Pietro Leopoldo (figlio di Maria Teresa e fratello di Giuseppe II), fu il modello più avanzato di dispotismo illuminato in Italia. Il sovrano attuò trasformazioni ispirate alla ragione, rendendo lo Stato un riferimento europeo e superando i limiti riformistici degli altri territori della penisola.
Il 30 novembre 1786, Pietro Leopoldo promulgò la Legge criminale toscana ("Leopoldina"). Influenzato da Cesare Beccaria, il codice segnò una svolta nel diritto penale, sostituendo la concezione della pena come vendetta con una visione finalizzata alla tutela sociale e alla correzione del reo.
La Toscana fu il primo Stato al mondo ad abolire formalmente la pena di morte. Il provvedimento recepì la tesi di Beccaria: lo Stato non ha diritto di uccidere i cittadini e la pena capitale non funge da efficace deterrente contro il crimine.
Il codice proibì la tortura giudiziaria, condannata sia per la sua intrinseca crudeltà, sia per l'inaffidabilità scientifica nel garantire l'accertamento della verità processuale.
Furono eliminate sanzioni medievali come la marchiatura a fuoco e la confisca dei beni. I provvedimenti miravano a preservare la dignità della persona e a impedire che le colpe dei singoli gravassero economicamente sulle famiglie.
Pietro Leopoldo seguì i principi della fisiocrazia, dottrina che identifica nell'agricoltura la vera ricchezza nazionale. Il sovrano promosse la libertà di iniziativa e il potenziamento dei terreni agricoli.
Furono finanziate imponenti bonifiche in Maremma e Val di Chiana. Il risanamento trasformò le paludi in zone agricole fertili, migliorando la salute pubblica e la produttività dello Stato.
Nel 1767 fu introdotta la totale libertà nel commercio dei grani, eliminando dazi e vincoli protezionistici. Questa misura liberista mirava a prevenire le carestie favorendo l'afflusso di cereali tramite i naturali meccanismi di mercato.
L'abolizione delle corporazioni di mestiere rimosse gli ostacoli medievali alla libertà d'impresa. La soppressione favorì la concorrenza e lo sviluppo di nuove attività manifatturiere.
Il Granduca trasformò la Toscana in uno Stato unitario e moderno, eliminando la frammentazione legislativa e amministrativa ereditata dai secoli precedenti.
Nel 1766, il territorio fu riorganizzato in quattro province. La riforma permise una gestione razionale e uniforme, riducendo le autonomie locali e rafforzando l'autorità del governo centrale.
Tra il 1781 e il 1782, Pietro Leopoldo impose le unità di misura di Firenze in tutto lo Stato. L'eliminazione delle varianti locali rimosse gli ostacoli alla certezza dei commerci, facilitando gli scambi economici.
Fu abolito l'appalto privato della riscossione tributaria. Lo Stato assunse direttamente il compito tramite propri funzionari, garantendo trasparenza, riduzione degli abusi e stabilità nelle entrate pubbliche.
Nel Settecento, il Mezzogiorno d’Italia visse una stagione di rinnovamento per limitare i privilegi e consolidare l'autorità statale, analogamente al Granducato di Toscana.
L'ascesa di Carlo di Borbone (futuro Carlo III di Spagna) avviò il passaggio dal sistema feudale a un’amministrazione moderna, supportata da intellettuali e giuristi.
Nel 1734, Carlo riconquistò Napoli e Sicilia, terminando due secoli di dominazione spagnola e austriaca. L'indipendenza permise la costruzione di uno Stato sovrano e la gestione autonoma degli affari interni.
Nel 1741, un concordato col papato ridusse le "immunità ecclesiastiche" (esenzioni fiscali e tribunali riservati), affermando la giurisdizione statale sul clero e sul territorio.
Fu istituito il Catasto onciario per censire le ricchezze e garantire una tassazione equa. A differenza del modello lombardo, ebbe successo parziale: l’opposizione di baroni e clero preservò numerose esenzioni.
Dal 1759, il giurista Bernardo Tanucci guidò il governo come reggente e ministro, contrastando i poteri tradizionali con rigore illuminista.
Nel 1767, Tanucci espulse i Gesuiti, incamerandone i beni e sottraendo alla Chiesa il controllo dell'istruzione, settore strategico per lo Stato.
Nel 1776 fu abolita la "chinea", tributo annuale (cavallo bianco e denaro) offerto al Papa come segno di sottomissione feudale. L'atto sancì la fine della dipendenza formale dal soglio pontificio.
Tanucci impose ai magistrati l'obbligo di motivare le sentenze basandosi esclusivamente sulle leggi statali, non su consuetudini. L'obiettivo era eliminare l'"arbitrio feudale" dei nobili nei propri domini.
Le innovazioni si scontrarono con strutture socio-economiche rigide che ne limitarono l'efficacia nel lungo periodo.
Il latifondo improduttivo, concentrato nelle mani di nobiltà e clero, impedì la nascita della piccola proprietà e l'innovazione tecnica, mantenendo le campagne in condizioni medievali.
La carestia del 1764 evidenziò la fragilità del sistema, causando migliaia di morti e rivolte popolari. Le riforme non garantirono la sicurezza alimentare né la stabilità sociale necessaria alla modernizzazione.
L’allontanamento di Tanucci, causato dall'influenza della regina Maria Carolina, rallentò il riformismo. Permase un divario insanabile tra élite aristocratica e masse popolari, alimentando tensioni che restarono latenti fino all'Ottocento.
In Italia, le riforme attuate dai sovrani nel Settecento furono alimentate da un vivace dibattito intellettuale. I pensatori illuministi non si limitarono all'elaborazione teorica, ma cercarono di influenzare concretamente l'azione dei governi per raggiungere la "pubblica felicità", ovvero il benessere collettivo e il progresso della società attraverso l'uso della ragione.
Milano divenne uno dei principali centri della cultura dei Lumi in Italia grazie alla stretta collaborazione tra gli intellettuali e l'amministrazione austriaca, che vedeva nelle nuove idee uno strumento per modernizzare lo Stato.
Nel 1761, i fratelli Pietro e Alessandro Verri fondarono l'Accademia dei Pugni. Questo circolo culturale era il luogo dove i giovani nobili e intellettuali milanesi si riunivano per discutere animatamente di riforme politiche, sociali ed economiche, sfidando apertamente la cultura tradizionale e i pregiudizi del passato.
Dall'attività dell'Accademia nacque la rivista "Il Caffè", pubblicata tra il 1764 e il 1766. Fu il periodico più importante dell'Illuminismo italiano, caratterizzato da uno stile semplice e immediato. Gli autori sostenevano che il linguaggio dovesse essere al servizio delle idee per arrivare a un pubblico più vasto e promuovere il cambiamento.
Gli intellettuali milanesi si occuparono di temi pratici come l'agricoltura, il commercio, la medicina e la legislazione. L'obiettivo era "risvegliare" la società dall'ignoranza e perseguire l'utilità pubblica, fornendo soluzioni concrete ai problemi che frenavano lo sviluppo economico e civile della Lombardia.
Cesare Beccaria è l’esponente più celebre dell'Illuminismo italiano a livello internazionale. Il suo pensiero ha rivoluzionato il concetto di giustizia penale, portando a riforme storiche come quelle avvenute nel Granducato di Toscana.
Nel 1764, Beccaria pubblicò il trattato "Dei delitti e delle pene". In quest'opera denunciò l'arbitrio dei giudici e la crudeltà di pratiche come la tortura giudiziaria, considerata un metodo inutile e inaffidabile per scoprire la verità durante gli interrogatori.
Beccaria fu il primo a sostenere razionalmente l'abolizione della pena di morte, definendola "una guerra della nazione contro un cittadino". Egli affermò che lo Stato non ha il diritto di uccidere e che la pena capitale non è un deterrente efficace quanto la certezza della pena.
Secondo Beccaria, la pena non deve essere una vendetta sociale, ma uno strumento per prevenire nuovi crimini e per la rieducazione del colpevole. Il sistema penale moderno deve basarsi sulla certezza, sulla rapidità e sulla proporzionalità della pena rispetto al reato commesso.
A Napoli l'Illuminismo ebbe una forte connotazione pragmatica, focalizzandosi sul superamento delle strutture feudali e sulla riforma dell'economia per risollevare le sorti del Regno.
Antonio Genovesi fu una figura centrale: nel 1754 ottenne la prima cattedra di economia politica in Europa. Nelle sue opere promosse l'idea di un'economia civile volta al benessere della nazione attraverso lo sviluppo dell'agricoltura e del commercio.
Genovesi fu il primo a tenere le sue lezioni universitarie in lingua italiana anziché in latino. Questa scelta fu fondamentale per rendere la cultura accessibile a un pubblico più ampio, inclusi i contadini e le donne, sottolineando il valore sociale dell'istruzione.
Gaetano Filangieri, autore de "La Scienza della Legislazione", propose una riforma globale dello Stato fondata sull'uguaglianza e sulla libertà. Le sue idee sulla codificazione delle leggi e sull'educazione pubblica furono così innovative da influenzare persino Benjamin Franklin e i padri fondatori della Costituzione americana.