PodMaps
RiassuntoMappaPodcast
QTorna alla Home

I Longobardi in Italia

Invasione e consolidamento

Società e amministrazione

Rapporti col Papato

L'Editto di Rotari

Apogeo e caduta

Press enter or space to select a node. You can then use the arrow keys to move the node around. Press delete to remove it and escape to cancel.
Press enter or space to select an edge. You can then press delete to remove it or escape to cancel.

I Longobardi in Italia


Schema strutturato sul dominio longobardo in Italia (VI-VIII secolo), focalizzato su invasione, società, diritto, rapporti con la Chiesa e caduta del regno.

Invasione e consolidamento


L'arrivo dei Longobardi in Italia segna il passaggio definitivo dal mondo tardoantico all'Alto Medioevo. Questo processo storico non fu un semplice cambio di governo, ma una trasformazione profonda delle strutture sociali e politiche della penisola, caratterizzata inizialmente da violenza e instabilità e successivamente da un progressivo rafforzamento dell'istituto monarchico.

La conquista iniziale


L'ingresso dei Longobardi nella penisola italiana avvenne in un momento di estrema debolezza per l'Impero bizantino. La conquista fu rapida e spezzò l'unità politica dell'Italia, che non sarebbe stata ricomposta per secoli, dividendo il territorio tra i nuovi dominatori germanici e i restanti possedimenti bizantini.

Arrivo nel 568


Nella primavera del 568, i Longobardi valicarono le Alpi Giulie entrando in Italia. Provenienti dalla Pannonia (l'attuale Ungheria), misero in atto una vera e propria migrazione di popolo piuttosto che una semplice spedizione militare. Secondo le fonti storiche, come Paolo Diacono, si trattava di una massa eterogenea composta da guerrieri, donne, bambini e anziani, stimata tra le centomila e le centocinquantamila persone.

Guidati da Alboino


A capo di questa imponente migrazione vi era il re Alboino. Sotto la sua guida militare, i Longobardi dilagarono nella Pianura Padana e occuparono gran parte dell'Italia settentrionale e vaste aree del centro-sud. La resistenza bizantina fu inefficace, permettendo ad Alboino di assoggettare rapidamente i territori senza incontrare grandi ostacoli da parte dell'Esarca di Ravenna.

Pavia capitale scelta


Nel 572, dopo aver consolidato le conquiste nel nord Italia, Alboino scelse Pavia come capitale del nuovo regno. Questa decisione fu fondamentale: la città divenne il centro amministrativo e politico della dominazione longobarda, segnando la fine della fase nomade del popolo e l'inizio di un radicamento stanziale e duraturo sul territorio italiano.

Evoluzione del potere


Dopo la fase iniziale di conquista, il regno longobardo dovette affrontare il problema della gestione interna. La struttura del potere subì un'evoluzione complessa, passando da una totale frammentazione politica a un tentativo di costruire uno stato centralizzato capace di controllare l'aristocrazia guerriera.

Anarchia dei Duchi


In seguito all'assassinio di Alboino (572) e alla morte del successore Clefi, il regno sprofondò in una crisi istituzionale nota come il "Periodo dei Duchi" (tra il 574 e il 584). Per dieci anni non venne eletto alcun re e il potere fu gestito autonomamente da trentasei duchi. Questi capi militari governavano i rispettivi territori perseguendo interessi privati e spesso conflittuali, in una condizione di sostanziale anarchia politica.

Centralizzazione con Agilulfo


Verso la fine del VI secolo, la monarchia riprese il controllo per necessità di difesa e organizzazione. Una figura chiave fu il re Agilulfo (590-616), che avviò una politica di centralizzazione. Egli istituì il demanio reale, costringendo i duchi a cedere parte delle terre alla corona, e affidò l'amministrazione a funzionari regi chiamati gastaldi. I gastaldi, dipendenti direttamente dal re, limitavano il potere dei duchi e gestivano le risorse pubbliche.

Ruolo di Teodolinda


Fondamentale in questa fase fu la regina Teodolinda (ca. 570-627), moglie cattolica prima di Autari e poi di Agilulfo. Grazie alla sua mediazione e al rapporto con papa Gregorio Magno, Teodolinda favorì l'avvio della conversione dei Longobardi dall'arianesimo al cattolicesimo. Questo processo fu decisivo per l'integrazione con la popolazione romana e per la stabilità politica del regno.

Società e amministrazione


Con il progressivo radicamento sul suolo italiano, il regno longobardo subì una profonda trasformazione interna. L'organizzazione tribale originaria, basata sulla migrazione armata, lasciò il posto a una struttura sociale stabile e gerarchica, fondamentale per comprendere la durata secolare di questa dominazione. La società si configurò come rigidamente aristocratica, dove lo status giuridico determinava diritti e doveri.

La gerarchia sociale


La popolazione era suddivisa in caste ben distinte, riflesse anche nelle leggi scritte successive. Questa stratificazione non era solo economica, ma giuridica: il valore della vita e i diritti politici dipendevano dall'appartenenza a uno di questi tre gruppi fondamentali.

Arimanni uomini liberi


Al vertice della piramide sociale, escludendo l'alta aristocrazia magnatizia, si trovavano gli arimanni. Questi erano gli uomini liberi per eccellenza, costituiti prevalentemente da guerrieri e piccoli proprietari terrieri. Essi godevano di pieni diritti civili e politici ed erano legati direttamente al re o ai duchi da vincoli di fedeltà militare. La loro condizione di libertà era indissolubilmente legata alla capacità di portare le armi e partecipare all'esercito.

Aldii semiliberi dipendenti


Un gradino sotto gli arimanni si collocavano gli aldii. Si trattava di una classe intermedia di persone "semilibere". Pur non essendo schiavi, non possedevano la piena autonomia giuridica ed economica degli arimanni. Gli aldii svolgevano servizi sia militari che agricoli, ma operavano in una condizione di dipendenza da un signore (patrono), al quale fornivano lavoro e servizi in cambio di protezione.

Servi senza diritti


Alla base della struttura sociale si trovavano i servi. Uomini e donne in condizione di schiavitù, essi erano privi di qualsiasi diritto giuridico e personale. Considerati proprietà del padrone, svolgevano i lavori più pesanti e non avevano alcuna voce nella vita pubblica o politica del regno.

Gestione del territorio


L'amministrazione del regno longobardo si evolvette da una gestione militare di occupazione a un sistema di governo territoriale complesso. Il territorio era suddiviso in distretti, la cui gestione rifletteva la tensione costante tra il potere centrale del re e le tendenze autonomistiche dell'aristocrazia.

Duchi poteri autonomi


La figura centrale dell'amministrazione periferica era il duca. Originariamente capo militare di una fara (stirpe o gruppo parentale in armi), il duca divenne un funzionario regio con poteri pubblici, amministrativi e giudiziari su un intero distretto (il ducato). Nonostante la formalizzazione del ruolo, i duchi mantennero sempre un'elevata autonomia, spesso perseguendo interessi privati in conflitto con la corona.

Gastaldi funzionari regi


Per contrastare l'eccessivo potere dei duchi, i sovrani (in particolare da Agilulfo in poi) potenziarono la figura dei gastaldi. Questi erano funzionari di diretta nomina regia, incaricati di amministrare il demanio reale (le terre di proprietà della corona). I gastaldi svolgevano funzioni di giudici, collettori di tasse e amministratori locali, agendo come contrappeso all'autorità ducale e garantendo il controllo del re sulle risorse economiche.

Sistema della Curtis


Tra il VII e l'VIII secolo, l'economia agraria si riorganizzò attorno al modello della curtis. Si trattava di un'azienda agricola autosufficiente controllata da un signore (il re, un aristocratico o un ente ecclesiastico). La struttura era bipartita: al centro vi era la villa con la pars dominica (terre gestite direttamente dal padrone tramite i servi); attorno ad essa si estendevano le terre affittate a contadini liberi o aldii, che pagavano rendite in natura o lavoro. Questo sistema pose le basi per il futuro feudalesimo.

Rapporti col Papato


Parallelamente alla strutturazione sociale e amministrativa interna, la stabilità del regno longobardo dipese in larga misura dall'evoluzione delle relazioni con la Chiesa di Roma. Questo rapporto passò da un'iniziale ostilità a una progressiva collaborazione, fondamentale per la legittimazione politica dei sovrani e per la definizione dei futuri equilibri geopolitici della penisola italiana.

Conversione religiosa


Il fattore decisivo per l'integrazione dei Longobardi nel tessuto sociale italiano fu il superamento della barriera confessionale. Inizialmente, i conquistatori aderivano all'arianesimo (o a culti pagani), una scelta che li contrapponeva nettamente alla popolazione latina e al clero, entrambi cattolici.

Passaggio al cattolicesimo


Il processo di avvicinamento alla fede romana fu avviato grazie al ruolo chiave della regina Teodolinda (ca. 570-627). Principessa bavarese cattolica, sposò prima il re Autari e successivamente il re Agilulfo (590-616). Teodolinda divenne la principale promotrice della conversione della corte e dell'aristocrazia longobarda, comprendendo che l'unità religiosa era essenziale per governare una popolazione a maggioranza latina.

Mediazione papa Gregorio


Fondamentale in questa fase fu l'opera diplomatica di papa Gregorio Magno (590-604). Attraverso un fitto dialogo con Teodolinda, il pontefice riuscì a mitigare l'aggressività dei conquistatori. Nel 598 si giunse a un accordo con Agilulfo che portò alla conversione di gran parte dell'élite longobarda, favorendo una tregua duratura e l'inizio di una convivenza pacifica tra le due culture.

Integrazione culturale lenta


La conversione non fu immediata ma rappresentò un processo graduale che si consolidò pienamente solo nel VII secolo, sotto sovrani come Bertarido e Cuniperto. L'adesione al cattolicesimo permise la fusione tra l'elemento germanico e quello romano: caddero i divieti di matrimoni misti e la Chiesa divenne il principale veicolo di trasmissione della cultura latina e giuridica all'interno del regno, come dimostrerà la successiva codificazione delle leggi.

Potere temporale papale


Mentre i Longobardi consolidavano il loro dominio, il Papato iniziò a colmare il vuoto di potere lasciato dai Bizantini nell'Italia centrale, trasformandosi da autorità spirituale a entità politica territoriale.

Donazione di Sutri


L'atto fondativo di questo processo avvenne sotto il regno di Liutprando (712-744), sovrano cattolico che portò il regno alla sua massima espansione. Nel 728, rinunciando a conquistare Roma per rispetto verso il pontefice Gregorio II, Liutprando cedette alla Chiesa il castello di Sutri. Questa donazione è considerata dagli storici l'inizio formale del potere temporale dei papi, poiché il territorio non fu restituito all'amministrazione bizantina, ma conferito direttamente "agli apostoli Pietro e Paolo".

Autonomia dai Bizantini


Le azioni di Liutprando sancirono di fatto la fine del controllo bizantino sull'Italia centrale. Il Papa, agendo come un sovrano autonomo, iniziò a gestire territori, stringere alleanze e organizzare la difesa militare, rendendosi indipendente dall'autorità dell'Imperatore d'Oriente, ormai incapace di proteggere Roma.

Nascita Stato Pontificio


Il processo culminò con l'intervento dei Franchi contro le mire espansionistiche del re longobardo Astolfo. Nel 754, papa Stefano II stipulò con il re franco Pipino il Breve la Promissio Carisiaca (Patto di Quierzy). Dopo aver sconfitto Astolfo, Pipino donò al Papa i territori dell'Esarcato e della Pentapoli (inclusa Ravenna). Tra il 754 e il 756 nacque ufficialmente lo Stato della Chiesa (o Patrimonium Sancti Petri), un organismo politico destinato a durare oltre un millennio.

L'Editto di Rotari


L'evoluzione politica e culturale del regno longobardo raggiunse un punto di svolta fondamentale durante il regno di re Rotari (636-652). Se i rapporti con il Papato avevano avviato l'integrazione religiosa, l'Editto promulgato nella notte tra il 22 e il 23 novembre 643 a Pavia segnò la maturazione giuridica del regno. Questo documento rappresenta il tentativo di trasformare un insieme di tribù in uno stato organizzato, garantendo la certezza del diritto e limitando l'arbitrio dei singoli.

Codificazione scritta 643


Rotari, duca di Brescia elevato al trono, ordinò la compilazione delle antiche consuetudini del popolo longobardo, fino ad allora tramandate oralmente dagli anziani. L'opera, composta da 388 articoli, costituisce il primo codice legislativo scritto di un regno romano-barbarico in Italia e testimonia la volontà del sovrano di rafforzare l'autorità regia centrale rispetto al potere frammentato dei duchi.

Legge scritta latina


Un aspetto cruciale dell'Editto è la scelta linguistica: sebbene codificasse usanze germaniche, il testo fu redatto in latino. Questa decisione dimostra l'avanzato processo di acculturazione dei Longobardi e il riconoscimento della superiorità della tradizione giuridica romana. Il latino non era solo la lingua della Chiesa, ma lo strumento tecnico necessario per conferire stabilità e solennità alla legge, pur mantenendo numerosi termini tecnici longobardi intraducibili.

Validità solo longobarda


L'Editto si basava sul principio della personalità del diritto: le norme in esso contenute erano valide esclusivamente per la popolazione longobarda. I sudditi di origine romana continuavano invece a regolare i propri rapporti giuridici seguendo il diritto romano, codificato nel Corpus Iuris Civilis di Giustiniano. Solo nei secoli successivi, con la fusione delle due etnie, si passerà al principio della territorialità della legge (una legge unica per tutti gli abitanti del territorio).

Consenso dell'esercito


Nonostante la forma scritta di stampo romano, la promulgazione mantenne i tratti della democrazia militare germanica. Secondo la testimonianza dello storico Paolo Diacono, Rotari non impose la legge dall'alto, ma la fece leggere davanti all'assemblea degli uomini liberi (gli arimanni). L'approvazione fu sancita secondo l'antico rito guerriero: i soldati percossero le armi sugli scudi, manifestando così il consenso collettivo della nazione in armi.

Innovazioni giuridiche


L'obiettivo primario dell'Editto era garantire la pace sociale ("pace pubblica") attraverso un sistema di giustizia codificato che sostituisse la violenza privata.

Abolizione della faida


La riforma più significativa fu il tentativo di abolire la faida, ovvero la vendetta privata. Nella tradizione tribale, un'offesa subita autorizzava la vittima o il suo clan (la fara) a vendicarsi fisicamente sull'offensore, innescando catene di violenza infinite che destabilizzavano la società. Rotari definì la faida "orrore dei legislatori", imponendo il ricorso ai tribunali regi.

Introduzione del guidrigildo


In sostituzione della vendetta, l'Editto istituzionalizzò il guidrigildo (Wergild). Si trattava di un "prezzo dell'uomo": un valore monetario che l'offensore doveva versare alla parte lesa per risarcire il danno subito. Il guidrigildo non era uguale per tutti, ma variava in base allo status sociale e alla dignità della vittima (un aristocratico valeva più di un uomo libero comune).

Risarcimento in denaro


Il sistema prevedeva un tariffario minuzioso per ogni tipo di reato, dall'omicidio alle lesioni fisiche (come la perdita di un occhio o di una mano), fino al furto o all'adulterio. Il pagamento di questo risarcimento in denaro estingueva ogni diritto di vendetta, chiudendo la disputa legale e ristabilendo l'equilibrio sociale senza spargimento di sangue.

Apogeo e caduta


Dopo la codificazione di Rotari, il regno longobardo visse una fase di consolidamento che culminò nell'VIII secolo. Questo periodo vide il regno raggiungere il suo massimo splendore politico e militare, per poi crollare repentinamente a causa del mutato scacchiere geopolitico e dell'intervento dei Franchi a sostegno del Papato.

Il regno di Liutprando


La figura centrale di questa fase fu Liutprando (712-744), considerato il più grande sovrano longobardo. "Cattolico e saggio", egli riuscì a portare il regno al vertice della sua potenza, cercando un difficile equilibrio tra l'ambizione di unificare la penisola e la necessità di non rompere definitivamente con il Papa.

Massima espansione territoriale


Approfittando della crisi dell'Impero Bizantino (indebolito dall'iconoclastia), Liutprando lanciò un'offensiva contro i territori imperiali. Tra il 727 e il 728 occupò l'Esarcato e la Pentapoli, giungendo a conquistare momentaneamente Ravenna. Tuttavia, giunto alle porte di Roma, rinunciò all'invasione e nel 728 compì la celebre Donazione di Sutri: cedette il castello di Sutri non all'Impero, ma "agli apostoli Pietro e Paolo", ovvero alla Chiesa. Questo atto è storicamente considerato l'inizio del potere temporale dei papi.

Sottomissione dei ducati


Liutprando si adoperò per rafforzare l'autorità centrale contro le spinte autonomistiche dei grandi ducati del sud, Spoleto e Benevento, che agivano quasi come stati indipendenti. Attraverso diverse campagne militari, riuscì a deporre i duchi ribelli e a imporre la sua autorità, culminata nella pace di Terni del 742 stipulata con papa Zaccaria, che sancì il riconoscimento della sovranità regia anche nel meridione.

Legislazione cristiana avanzata


Il sovrano proseguì l'opera legislativa di Rotari promulgando le Liutprandi Leges. Queste norme riflettevano una profonda influenza del cattolicesimo: venne ulteriormente limitata la faida, furono introdotte tutele per i ceti deboli e migliorata la condizione giuridica della donna. La legge non era più solo uno strumento di pacificazione tribale, ma assumeva una funzione etica e morale di stampo cristiano.

Fine del Regno


Dopo la morte di Liutprando, l'equilibrio si ruppe. L'ascesa di una fazione aristocratica più aggressiva portò a uno scontro diretto con il Papato, che reagì chiamando in soccorso la nuova potenza continentale: i Franchi.

Aggressività di Astolfo


Il re Astolfo (749-756) adottò una politica espansionistica spregiudicata. Nel 751 conquistò definitivamente Ravenna, ponendo fine alla presenza bizantina nel nord Italia, e minacciò direttamente Roma, pretendendo tributi dal pontefice. Questa aggressività costrinse papa Stefano II a cercare protezione oltralpe.

Intervento dei Franchi


Il papa si recò in Francia per stringere un'alleanza con Pipino il Breve. Con la Promissio Carisiaca (o Patto di Quierzy) del 754, Pipino si impegnò a scendere in Italia e a donare alla Chiesa, e non all'Impero bizantino, i territori strappati ai Longobardi. Dopo due campagne militari (754 e 756), i Franchi sconfissero Astolfo, costringendolo a cedere l'Esarcato e la Pentapoli al papa, formalizzando la nascita dello Stato della Chiesa.

Vittoria Carlo Magno


L'ultimo tentativo di resistenza fu guidato da re Desiderio (756-774). Nonostante i tentativi diplomatici (tra cui il matrimonio della figlia Ermengarda con Carlo Magno), lo scontro divenne inevitabile. Nel 773 Carlo Magno scese in Italia, aggirò le difese alle Chiuse di Susa e pose l'assedio a Pavia. La capitale cadde nel giugno 774: Desiderio fu fatto prigioniero e Carlo Magno assunse il titolo di Gratia Dei rex Francorum et Langobardorum (Re dei Franchi e dei Longobardi), segnando la fine del regno indipendente.

home
riassunto
mappa
podcast