I Longobardi in Italia

Invasione e consolidamento

Invasione e consolidamento

L'arrivo dei Longobardi in Italia segna il passaggio definitivo dal mondo tardoantico all'Alto Medioevo. Questo processo storico non fu un semplice cambio di governo, ma una trasformazione profonda delle strutture sociali e politiche della penisola, caratterizzata inizialmente da violenza e instabilità e successivamente da un progressivo rafforzamento dell'istituto monarchico.

La conquista iniziale

L'ingresso dei Longobardi nella penisola italiana avvenne in un momento di estrema debolezza per l'Impero bizantino. La conquista fu rapida e spezzò l'unità politica dell'Italia, che non sarebbe stata ricomposta per secoli, dividendo il territorio tra i nuovi dominatori germanici e i restanti possedimenti bizantini.

Arrivo nel 568

Nella primavera del 568, i Longobardi valicarono le Alpi Giulie entrando in Italia. Provenienti dalla Pannonia (l'attuale Ungheria), misero in atto una vera e propria migrazione di popolo piuttosto che una semplice spedizione militare. Secondo le fonti storiche, come Paolo Diacono, si trattava di una massa eterogenea composta da guerrieri, donne, bambini e anziani, stimata tra le centomila e le centocinquantamila persone.

Guidati da Alboino

A capo di questa imponente migrazione vi era il re Alboino. Sotto la sua guida militare, i Longobardi dilagarono nella Pianura Padana e occuparono gran parte dell'Italia settentrionale e vaste aree del centro-sud. La resistenza bizantina fu inefficace, permettendo ad Alboino di assoggettare rapidamente i territori senza incontrare grandi ostacoli da parte dell'Esarca di Ravenna.

Pavia capitale scelta

Nel 572, dopo aver consolidato le conquiste nel nord Italia, Alboino scelse Pavia come capitale del nuovo regno. Questa decisione fu fondamentale: la città divenne il centro amministrativo e politico della dominazione longobarda, segnando la fine della fase nomade del popolo e l'inizio di un radicamento stanziale e duraturo sul territorio italiano.

Evoluzione del potere

Dopo la fase iniziale di conquista, il regno longobardo dovette affrontare il problema della gestione interna. La struttura del potere subì un'evoluzione complessa, passando da una totale frammentazione politica a un tentativo di costruire uno stato centralizzato capace di controllare l'aristocrazia guerriera.

Anarchia dei Duchi

In seguito all'assassinio di Alboino (572) e alla morte del successore Clefi, il regno sprofondò in una crisi istituzionale nota come il "Periodo dei Duchi" (tra il 574 e il 584). Per dieci anni non venne eletto alcun re e il potere fu gestito autonomamente da trentasei duchi. Questi capi militari governavano i rispettivi territori perseguendo interessi privati e spesso conflittuali, in una condizione di sostanziale anarchia politica.

Centralizzazione con Agilulfo

Verso la fine del VI secolo, la monarchia riprese il controllo per necessità di difesa e organizzazione. Una figura chiave fu il re Agilulfo (590-616), che avviò una politica di centralizzazione. Egli istituì il demanio reale, costringendo i duchi a cedere parte delle terre alla corona, e affidò l'amministrazione a funzionari regi chiamati gastaldi. I gastaldi, dipendenti direttamente dal re, limitavano il potere dei duchi e gestivano le risorse pubbliche.

Ruolo di Teodolinda

Fondamentale in questa fase fu la regina Teodolinda (ca. 570-627), moglie cattolica prima di Autari e poi di Agilulfo. Grazie alla sua mediazione e al rapporto con papa Gregorio Magno, Teodolinda favorì l'avvio della conversione dei Longobardi dall'arianesimo al cattolicesimo. Questo processo fu decisivo per l'integrazione con la popolazione romana e per la stabilità politica del regno.